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Minori

Il 2023 e il 2024


Lo scorso anno questo rapporto, assieme a molte associazioni di settore, allertava sul drastico cambio di indirizzo che andavano subendo le politiche in materia di giustizia minorile. La tutela ha lasciato spazio all’allarme sociale; il principio-guida del superiore interesse, capace di assicurare al minore trattamenti giuridici differenziati (il minore, si dice a ragione, è persona in formazione), cede a iniziative normative che, pur in diversi ambiti, tornano ad avvicinarlo al maggiore d’età e a sottoporlo così a regimi giuridici pensati per stadi diversi della vita - i non-minori, per l’appunto.

Nel settembre 2023 il Governo Meloni emanava il cosiddetto Decreto Caivano, Decreto-legge 15 settembre 2023, n. 123, debitamente convertito in legge. Si leggeva nell’intestazione trattarsi di “misure urgenti di contrasto al disagio giovanile, alla povertà educativa e alla criminalità minorile, nonché per la sicurezza dei minori in ambito digitale”. Più precisamente, il decreto si divideva in quattro nuclei di intervento: misure di risanamento infrastrutturale di esclusivo interesse del comune di Caivano; il secondo e il quarto, più cospicui, attenevano alla materia della “sicurezza” e della “prevenzione della criminalità giovanile” (il quarto più specificamente per l’ambito digitale), mentre il terzo interveniva in materia di istruzione. L’iniziativa mostrava sin da subito una forte carica ideologica: il Decreto veniva approvato sulla spinta di un episodio di violenza sessuale nel comune di Caivano, segnalato dall’Ansa il 25 agosto 2023il Consiglio dei Ministri approvava il Decreto quindici giorni dopo, l’8 settembre 2023, con linee politiche molto leggibili. Il Decreto si rivela essere la base per una politica di lunga lena. Con le parole di Susanna Marietti (Antigone), si tratta di un “cambio di paradigma nella giustizia minorile”.

A meno di dodici mesi di distanza si cominciano ad avvertire i primi effetti. Il primo rilievo attiene alla detenzione minorile. Come noto il sistema italiano ha sempre potuto contare negli anni su prassi alternative alla carcerazione (diversion, probation etc.) più efficaci e tutelanti – con un ricorso alla detenzione dei minori o dei maggiorenni che hanno commesso reati in minore età relativamente stabile, se non in diminuzione. I dati, a dire il vero, sono frammentari; scarsissimi quelli ufficiali. Il Ministero della Giustizia si limita ad oggi a pubblicare dati di detenzione negli Istituti Penitenziari Minorili (IPM) per il solo periodo dal settembre 2017 al gennaio 2019 – che comunque forniscono già, se non altro, un parametro: 462 minori detenuti nel settembre 2017, di cui 426 maschi e 36 femmine; 483 nel settembre 2018, di cui 442 maschi e 41 femmine; 449 detenuti nel gennaio 2019 (ultimo periodo censito e pubblicato), di cui 393 maschi e 47 femmine. Gli Assistenti Sociali del Veneto hanno fornito nel maggio del 2024 il numero di 554 detenuti contro 381 del 2022 – segnalando dunque un aumento sensibile, dovuto, nel caso di specie, a un più insistito ricorso alla custodia cautelare. L’Associazione Antigone ha rilevato un dato molto simile, aggiungendovi anche la possibilità che l’aumento dei detenuti si traduca in un sovraffollamento. Al 30 aprile 2024, 7 su 17 istituti penitenziari minorili ospitavano minori per un numero superiore ai posti disponibili.

Come si è anticipato, il Decreto Caivano è per i suoi promotori il segno di un investimento politico. Se da una parte la Presidente del Consiglio ha ribadito voler fare di Caivano “un modello per la nazione intera”, la Ministra per le Famiglie, la Natalità e le Pari opportunità ha chiarito di voler coinvolgere “le famiglie”, investendo sulle applicazioni digitali di parental control e implementando i cosiddetti “centri servizi”. Le linee di intervento, con riguardo ai centri, non sono ancora chiare a dire il vero; è chiara però la parola d’ordine, che meriterà una certa vigilanza. Occorrerà osservare soprattutto come questi centri interagiranno con i servizi sociali.


Dieci anni di povertà minorile


Le serie ininterrotte dell’Istat, integrate con le più recenti rilevazioni periodiche, restituiscono un peggioramento sul medio periodo. Negli anni 2011-2021 l’incidenza della povertà assoluta familiare – cioè la percentuale di famiglie in povertà assoluta – è quasi raddoppiata: dal 4,3% (2011), al 6,3% (2016), fino al 7,5% (2021) e all’8,4% (2023) del totale delle famiglie residenti. Secondo l’ultimo Rapporto Istat, nell’anno 2023 le famiglie in povertà assoluta in cui sono presenti minori ha raggiunto un’incidenza del 12,4%, ammontando ad un numero di famiglie con minori di quasi 748mila e confermando tuttavia la continuità della crescita del fenomeno; secondo lo stesso Rapporto, dunque, in Italia la povertà assoluta interessa oltre 1 milione 295mila minori. Come si è osservato spesso in questo rapporto, il fenomeno incide più pesantemente nel Mezzogiorno, dove le percentuali aumentano sensibilmente: dal 6,4% (2011), all’8,5% (2016), fino al 10% (2021) ed infine arrivando al 10,2% nel 2023. I dati in materia di povertà relativa restituiscono la stessa tendenza, sebbene con una progressione più contenuta - dal 9,9% (2011), al 10,6% (2016), fino al 11,1% (2021) ed una stabilità tra il 2022 e il 2023 pari al 10,6% – e una distanza del Mezzogiorno più marcata: 19,6% (2011), 19,7% (2016), e da ultimo 20,8% (2021). Linee di flessione sono state osservate negli anni successivi all’introduzione del Reddito di Cittadinanza. Nel2023, i nuclei in povertà assoluta sono stati stimati a 2 milioni e 234mila, con un’incidenza dunque del 8,5%(1).

Se si applica la stessa griglia agli individui, e in particolare agli individui fino ai 17 anni, si scopre che nello stesso decennio la progressione della povertà è stata molto più intensa. L’indice di minori in povertà assoluta, al 5% nel 2011, ha raggiunto il 12,5% nel 2016 e il 14,2% nel 2021. Anche la povertà relativa è progredita, anzi è pressoché raddoppiata nell’arco di pochi anni: dal 12,7% (2011), al 22,3 (2016) al 22% (2021). Occorre segnalare però che la prima e più importante accelerazione sembra essersi verificata negli anni 2012-2013 quando la povertà assoluta minorile è passata dal 6,9% al 9,9% e la povertà relativa dal 15,3% al 17,5%. I numeri reali per l’anno 2023 restituiscono valori in linea, con una nota scura. Come osserva ancora l’Istat, “nel 2023, l’incidenza di povertà assoluta individuale per i minori è pari al 14%, il valore più alto della serie storica dal 2014; i minori che appartengono a famiglie in povertà assoluta, nel 2023, sono pari a 1,3 milioni”(2).

Risultano da questi dati tendenze di segno abbastanza univoco: la povertà aumenta e quando non aumenta resta stabile. Nel 2020, a ridosso della pandemia di COVID-19, si segnalò l’urgenza di un investimento sociale a contrasto del fenomeno, che oggi occorre ribadire: programmi di protezione, come già preconizzato da Save the Children Italia, per esempio un assegno familiare sul modello del Universal Child Benefit anglosassone o la riattivazione del Reddito di Cittadinanza, “ricalibrando i criteri di destinazione, ampliando le possibilità di accesso per i bambini stranieri e, naturalmente, rimodulando quantitativamente la prestazione”.


La povertà educativa


Con il crescere della povertà materiale cresce anche la cosiddetta povertà educativa. “Povertà educativa” rinvia a un concetto introdotto per la prima volta in Italia da Save the Children; rappresenta un fenomeno multidimensionale prodotto dal contesto economico, familiare e sociale in cui si trovano i minori, precisamente “la privazione da parte dei bambini, delle bambine e degli/delle adolescenti della possibilità di apprendere, sperimentare sviluppare e far fiorire liberamente capacità talenti e aspirazioni”. La povertà educativa tende a definire una discriminazione nell’accesso a opportunità educative in senso lato: opportunità di crescita e di sviluppo culturale, fisico, individuale e umano, dallo sport, alla scuola e al gioco. Ben si comprende che le carenze educative nell’età dell’infanzia si riverberano sull’età adulta. Il minore sarà deprivato dei mezzi culturali e delle reti sociali necessarie per il suo sviluppo con evidenti svantaggi anche in termini di opportunità occupazionali e, dunque, di mobilità sociale.

La povertà educativa è legata alle condizioni economiche ma anche ai contesti sociali di sviluppo del minore: contesti sociali svantaggiati, dunque, caratterizzati spesso da disagio familiare, precarietà occupazionale, deprivazione materiale e assenza di reti di supporto, con rilevanti effetti sulla dimensione emotiva, della socialità e della capacità di relazionarsi con il mondo del minore. Le carenze subite dal minore si riflettono sulla crescita e sullo sviluppo dell’intera società. La povertà educativa genera una spirale di svantaggi nel medio-lungo periodo e un effetto di disuguaglianza che ha vocazione a riprodursi nelle generazioni successive. Essa si manifesta con particolare intensità nelle periferie, urbane e rurali, nel Nord e nel Sud. Il minore divenuto adulto sarà deprivato dei mezzi culturali e delle reti sociali necessarie per il suo sviluppo con evidenti svantaggi anche in termini di opportunità occupazionali e, dunque, di mobilità sociale, e conseguente conferma di esclusione sociale. Il fenomeno incide sui diritti del minore alla realizzazione e alla gratificazione personale ma anche sul suo diritto al pieno sviluppo della persona. Vi è, come si è detto nell’introduzione, un contrasto evidente anche con il principio fondamentale del nostro ordinamento dell’articolo 3 della Costituzione Italiana.

Secondo il Rapporto di Save the Children del 2022, in Italia un minore su 7 abbandona prematuramente gli studi, quasi la metà dei bambini e adolescenti non ha mai letto un libro e quasi un bambino su 4 non fa sport rappresentando circa il 16% dei minori. Un ragazzo su 4 che vive in condizioni di scarsità materiale pensa di non riuscire a finire la scuola per necessità di lavoro e che anche se lavorerà non riuscirà ad avere sufficienti risorse economiche, mentre il 43,6% dei ragazzi vorrebbe andare all’università ma non è certo di poterselo permettere. Alte percentuali riguardano anche i minori che non possono acquistare libri e materiale scolastico o partecipare a gite scolastiche, come iscriversi a corsi di lingua; oltre agli elevati dati di mancate opportunità di visite di musei, teatri o siti archeologici. Il 30,2% delle famiglie con un figlio minore, il 29,9% con due bambini e il 45,7% delle famiglie con almeno 3 figli non possono permettersi vacanze fuori da casa cosicché i minori coinvolti subiscono una importante limitazione del relativo diritto al gioco e al tempo libero.

Anche i dati riguardanti lo sport non rassicurano, in quanto in Italia un minorenne su 3 (31,5%) che proviene da famiglie con scarse risorse o insufficienti risorse economiche non pratica attività sportiva, e tra gli adolescenti 15-16 anni, il 16,2% rinuncia a fare sport perché troppo costoso.

Le politiche di contrasto alla p. e. implementate finora non sembrano sufficienti. Resta isolata l’iniziativa del 2016 di un Fondo per il contrasto della povertà educativa, ed esteso con ulteriori 50 milioni fino al 2024. Riguardo lo stesso Fondo, gli oltre 800 milioni di euro raccolti e i numerosi risultati concreti ottenuti in questi anni non sono stati ritenuti comunque sufficienti dall’attuale Governo per una sua conferma, in quanto tra i tagli previsti dalla Legge Finanziaria approvata negli ultimi giorni del 2024 c’è stato quello al Fondo stesso.

Infatti il Governo non ha previsto alcuna proroga al Fondo, mettendo dunque a rischio anche l’attuazione di centinaia di progetti per contrastare la povertà educativa già previsti. Inoltre, occorrerà valutare anche le conseguenze che scaturiranno dall’abolizione, nel gennaio 2024, della misura del Reddito di cittadinanza.

In positivo, invece, occorrerà valutare in futuro anche l’incidenza degli effetti degli investimenti per la lotta alla povertà educativa - con sostegno a 20mila minori - contenuto nel Rapporto della Commissione europea sul PNRR. Ad ogni modo, anche secondo Raffaela Milano, Direttrice di ricerca di Save the Children, occorrerà integrare i fondi del PNRR con altri fondi per gli interventi nei territori più svantaggiati.


I minori fuori famiglia


Un quadro esteso nel tempo sui minori fuori famiglia può essere tracciato a partire dalla raccolta dati periodica elaborata dall’Autorità Garante per l’Infanzia con le Procure della Repubblica presso i Tribunali per i Minorenni; in particolare due serie: la raccolta relativa agli anni2016-2017 e quella relativa agli anni 2018-2020. Si tratta di uno strumento prezioso per gli attori impegnati nel campo della tutela dei diritti dei minorenni. L’indagine ha per oggetto i minorenni ospiti delle comunità residenziali che fanno capo agli enti locali. La prima delle due rilevazioni già segnalava un aumento tra il 2016 e il 2017 degli ospiti nelle strutture di accoglienza: da 22.975 nel 2015 a 32.185 nel 2017, tra bambini e ragazzi. Negli anni successivi sembra essersi ristabilito un numero più contenuto. Si è passati in effetti dai 22.613 del 2018 ai 21.650 del 2019 e ai 23.122 del 2020. Nell’uno come nell’altro caso, le variazioni sono state attribuite soprattutto a quelle dei minori stranieri non accompagnati: in drastico aumento tra il 2015 e il 2017 - da 7.170 a 13.358 -, in via di stabilizzazione tra il 2018 e il 2020 - da 6.327 a 5.282.

Ma aldilà del dato quantitativo, un quadro analitico più approfondito della situazione si ricava attraverso indagini di tipo campionario. In attesa che vengano pubblicati i risultati dell’Indagine sui bambini e adolescenti in carico ai servizi sociali dell’anno 2022, condotta dall’Istituto degli Innocenti su commissione del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, vale la pena richiamare gli esiti di quella condottadallo stesso ente nel 2017, a partire da dati raccolti fino al 31 dicembre 2016. L’Istituto sottolineava al tempo che, dei più di 26mila minori fuori famiglia, 14.012 sono in affidamento familiare e 12.603 in “servizi residenziali per minorenni” (case famiglia, comunità educative, strutture di pronta accoglienza, strutture di accoglienza bambino-genitore). Il rapporto tra le due componenti - affidamento a famiglie o parenti e servizio residenziale - sfiorava la parità e si assestava intorno a valori che, se raffrontati a precedenti rilevazioni (dal 2007 in poi), potevano dirsi stabili. Il Comitato ONU auspica da anni un superamento dell’istituzionalizzazione del sistema. L’indagine del 2017 segna una soglia a partire dalla quale valutare le future rilevazioni.


La crisi cronica delle adozioni, prima e dopo la pandemia


Analizziamo ora i dati che riguardano le adozioni in Italia, con attenzione sia alle adozioni nazionali che a quelle internazionali. Occorre avvertire che , nonostante le raccomandazioni ONU in materia, i dati sulle Adozioni Nazionali sono scarni e sommari. Restano oscuri dettagli importanti: i tempi di attesa, i numeri di bambini adottabili, le ipotesi di adozioni in casi particolari e le ipotesi di adozioni miti e/o aperte che, se pure costituiscono uno stato di filiazione pieno del minore adottato, non escludono la possibilità di mantenimento di rapporti di fatto tra il minore e la famiglia di origine.

I dati più recenti forniti dal Ministero della Giustizia si arrestano all’anno 2022. Essi restituiscono una certa stabilità delle dichiarazioni di adottabilità dei minori – le dichiarazioni ammontavano a 1.217 pronunce nel 2017, 1.072 nel 2018 e 1.103 dichiarazioni nel 2019; il dato non ha sofferto la pandemia - 1.019 le dichiarazioni nel 2020 e 1.072 nel 2021; mentre sono diminuite (873) nel 2023. Si riscontra una tendenza simile anche per gli affidamenti pre-adottivi dei minori di cittadinanza italiana. Questi affidamenti ammontavano a 730 nel 2018; a 708 nel 2019. Dopo un lieve calo nel 2020 (593), si è osservata una ripresa nel 2021 (667), e poi di nuovo una riduzione nel 2022 (536). Leggermente diversa è la situazione delle adozioni di minori italiani in casi particolari ex art. 44 l. 184/83. Qui, dopo una prima diminuzione negli anni 2018 e 2019, da 777 a 764, si è assistito a un vero e proprio calo nel 2020, e a una ripresa nel 2021 con 717 adozioni in casi particolari, aumento confermato con 754 domande adozione in casi particolari nel 2022. Nel 2021 si è conclusa l’adozione per 866 minori italiani, anche se ogni anno le domande in attesa sono comprese tra le 7.000 e le 8.000.

Più completi e aggiornati invece risultano i dati di cui siamo in possesso per le Adozioni Internazionali, grazie ai Rapporti della Commissione per le Adozioni internazionali, semestrali e annuali. Nel 2023 le famiglie che hanno adottato sono state 563, nel 2022 564 a fronte delle 563 nel 2021 e delle 526 nel 2020 (confermando la coerenza con i dati delle adozioni nazionali anche per il dato internazionale nell’anno della pandemia). Nel 2023 sono stati registrati 585 minorenni stranieri per i quali è stata rilasciata l’autorizzazione all’ingresso in Italia a fini adottivi, mentre nel 2022 i bambini stranieri adottati sono stati 698. Si conferma inoltre l’aumento delle tempistiche necessarie per l’iter adottivo fino alla pronuncia di autorizzazione all’ingresso del minore nella famiglia adottante. Il periodo di attesa è di circa 52 mesi (6 mesi in più rispetto al 2021 per il completamento dell’iter adottivo).

Sul lungo periodo è bene evidenziare che le domande di adozione internazionale sono molto diminuite nel corso del tempo, passando dal 2006 con 1.159 domande alle 220 del 2022. Sono aumentate sia l’età media degli adottandi (oggi 6 anni e 8 mesi) che quella dei genitori adottanti (42,4 anni per la moglie e 44,2 per il marito alla richiesta; 45,9 anni per la moglie e di 47,6 per il marito alla conclusione della procedura). Sono aumentati infine anche gli oneri economici.

L’Italia continua ciononostante a essere il secondo Paese al mondo per numero di bambini accolti in Adozioni Internazionali. Si rileva però uno scarto rilevante tra il numero di procedimenti adottivi introdotti nel Nord Italia rispetto al Centro-Sud.


I minori stranieri non accompagnati: dalla legge Zampa ai Decreti Sicurezza


La Carta di New York impone che i minorenni stranieri non possano essere respinti dal paese di arrivo e che anzi sia loro garantita una tutela rafforzata. Nel 2017 la legge n. 47/2017 nota anche come “legge Zampa” ha introdotto un sistema di accoglienza finalizzato all’accertamento dell’età del minore e orientato al suo inserimento in famiglie (affido familiare), ovvero in un percorso di formazione e integrazione. La legge estendeva il permesso di soggiorno fino ai 21 anni e introduceva un divieto assoluto di respingimento alla frontiera. Prevedeva, all’art. 14 comma 3, che le istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado dovessero attivare le misure per favorire l'assolvimento dell'obbligo scolastico e formativo da parte dei minori stranieri non accompagnati, anche con la predisposizione di progetti specifici, con la presenza di mediatori culturali, nonché la promozione di specifici programmi di apprendistato.

Il nostro Paese sembra voler disattendere le indicazioni internazionali. Il Decreto Legge 5 Ottobre 2023, n. 133 è intervenuto, per quel che qui interessa, sui profili che riguardano l’accoglienza, le procedure di accertamento dell’età e la conversione del permesso di soggiorno. Quanto alla prima questione, la normativa prende le distanze dal sistema di accoglienza ed integrazione (SAI) introdotto con la legge Zampa che prevedeva la sussistenza dei centri di prima accoglienza riservati ai soli minori stranieri non accompagnati, separati dagli adulti, per garantire una migliore attenzione ai bisogni di questa categoria. Con una diversa impostazione si è previsto inoltre che nei casi di urgenza e di assenza di strutture sarà possibile collocare i minori con più di 16 anni in una sezione speciale a loro riservata nei centri di prima accoglienza per adulti e di quelli straordinari, per un periodo massimo di 90 giorni prorogabili di ulteriori 60 giorni. È evidente che in questo modo si finisce con il ledere qualsiasi garanzia per i diritti e le tutele del minore. Inoltre, inserire minori in tali strutture determina anche il rischio che gli stessi diventino maggiorenni senza aver avuto la possibilità di ricevere alcun tipo di assistenza, cura e educazione adeguate e previsione di un percorso di inserimento e un progetto di integrazione.

Ultima questione di rilievo è la modalità di accertamento dell’età del minore. Il Decreto 133 prevede che l’autorità di polizia possa, nell’immediatezza dell’arrivo, predisporre lo svolgimento di rilievi antropometrici o di altri accertamenti sanitari anche radiografici – come la controversa “radiografia al polso”, censurata a più riprese dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo – per l’accertamento dell’età, dandone immediata comunicazione alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni che ne autorizza l’esecuzione. In casi di particolare urgenza, questa autorizzazione può darsi oralmente, salvo dover essere poi confermata per iscritto.

È stato ostacolato anche il percorso per il rilascio del permesso di soggiorno alla maggiore età, con l’introduzione dell’obbligo di ottenere il parere della Direzione generale immigrazione del Ministero del Lavoro e Politiche sociali e superando il meccanismo del silenzio assenso in caso di mancata espressione.

Secondo i dati raccolti dal Ministero del Lavoro, i minori stranieri non accompagnati(3) presenti in Italia sono 19.228. Inoltre, secondo il Rapporto di Save the Children 2024, “Nascosti in piena vista” , di questi la maggior parte risulta ospitato in strutture di accoglienza, mentre solo il 20,4% dei minorenni presenti in Italia - principalmente di origine ucraina - in sistemazioni private, ovvero accolti in famiglia. Non meno importante è il dato rilevato dall’UNICEF: i minori arrivati dal Mediterraneo nel corso del 2023 ammontano a 64.500, in forte aumento rispetto a quanto registrato nel 2022 quando gli arrivi erano stati di 35.170. In totale, sempre secondo il Rapporto di Save the Children, tra il 2014 e il 2024, sono arrivati in Italia da soli, via mare, 127.662 minori stranieri non accompagnati – con una media di 11.600 arrivi l’anno.

Aspetti piuttosto critici al sistema accoglienza si riscontrano anche al momento del compimento della maggiore età del minore (in Italia 10.020 MSNA - il 52,15% dei minori stranieri non accompagnati - ha 17 anni e quindi nel breve periodo diventerà maggiorenne); ragazzi che rischiano di finire nell’invisibilità e nell’emarginazione sociale a causa delle difficoltà e dei ritardi burocratici, per la complessità nella conversione del permesso di soggiorno che implica stringenti presupposti e richiede non facili garanzie, o il riconoscimento della protezione internazionale, oltre che per la mancanza di un sostegno abitativo ed economico e condizioni di lavoro non sempre rassicuranti.


Una panoramica degli ultimi dieci anni


L’evoluzione della tutela minorile nel decennio 2014-2024 riflette senza mediazioni gli indirizzi succedutisi al governo del Paese.

Come si vedrà nel corso del capitolo, non esiste in Italia un consenso politico trasversale attorno al tema dei minori. Al contrario i minori rappresentano con ogni probabilità la cartina di tornasole di contrasti profondi. Uno sguardo panoramico ai precedenti rapporti restituisce un quadro a due fasi.

In una prima fase – fino al 2017 – si è assistito a un’espansione del programma enunciato dalla Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia del 1989, la Carta di New York. Si sono succedute tra il 2015 e il 2017 misure legislative, istituzionali e politiche attuative della Convenzione - in particolare l’approvazione della legge 19 ottobre 2015, n. 173 sulla continuità affettiva; l’adozione, nel 2016, del Piano nazionale di azione per la tutela dei diritti dei soggetti in età evolutiva; la legge 7 aprile 2017, n. 47, sulle misure di protezione dei minori stranieri accompagnati; il d.lgs. 13 aprile 2017, n. 66, in materia di promozione dell’inclusione degli studenti con disabilità; la legge 29 maggio 2017, n. 71, in materia di bullismo e cyberbullismo. Chi scrive segnalava, al seguito del comitato ONU per i Diritti dell’Infanzia e dell’adolescenza, la preoccupazione per i mezzi reali destinati all’attuazione della Convenzione: a) la carenza di sufficienti risorse finanziarie e tecniche destinate alla tutela dell’infanzia; b) lo stridente divario regionale nell’accesso, da parte dei minorenni, ai servizi sanitari, negli standard di vita e nell’accesso all’istruzione, e per ciò stesso la non attuazione del principio di non discriminazione che dovrebbe infondere di sé ogni diritto sancito nella Convenzione, c) il permanere di importanti livelli di povertà minorile. Il Comitato richiamava inoltre l’attenzione su diversi aspetti del sistema di accoglienza dei minori fuori dalla famiglia, invitando l’Italia a rivedere le proprie misure di accoglienza, rafforzare il sistema dell’affidamento e diminuire l’impatto della soluzione ‘istituzionale’; vigilare a che le proprie politiche avessero, e abbiano, un’applicazione uniforme nel paese e “garantire che l’allontanamento dei minorenni dalla famiglia, compresi quelli con disabilità, sia consentito solo dopo un’attenta valutazione del superiore interesse riferito al caso individuale e monitorato in modo efficace” (p. 20).

A partire dal biennio 2018-2019, la tendenza espansiva si è arrestata e si sono poste invece le premesse per un arretramento. Sono testimoni di questo arretramento tre avvicendamenti legislativi: il Decreto Caivano, che imprime un nuovo segno repressivo al sistema della giustizia penale minorile; l’abrogazione del Reddito di Cittadinanza, di sicuro impatto sulla condizione di povertà minorile; il Decreto Sicurezza e le misure in materia di minori stranieri non accompagnati. Tre iniziative che, considerate nel loro insieme, offrono un saggio della fase regressiva che attraversa il mondo della tutela dei minori.



C13. Grafico 1 • Minorenni e giovani fino ai 17 anni in carico agli Uffici di servizio sociale per i minorenni



C13. Grafico 2 • Minorenni e giovani fino ai 17 anni in carico agli Uffici di servizio sociale per i minorenni 




Raccomandazioni


Per quanto detto finora, si raccomandano le seguenti azioni:


  • Abrogare le norme del Decreto Caivano in materia di contrasto alla criminalità minorile, in particolare quelle in materia di custodia cautelare, in favore di un paradigma di trattamento più aderente alle necessità di recupero del minore;


  • Intervenire sulla povertà delle famiglie, in particolare quelle con minori, soprattutto a seguito del superamento del Reddito di Cittadinanza (strumento dotato di una certa efficacia di contrasto alla povertà);


  • Rafforzare fondi e iniziative in materia di povertà educativa, in particolare al Sud (e in connessione con le politiche di contrasto alla dispersione scolastica): infrastrutture di comunità, impianti sportivi etc.;


  • Intervenire sul sistema delle adozioni, nazionali e internazionali, in particolare sui profili dei tempi di attesa delle procedure di adozione e sulle possibilità di adozione in casi particolari;


  • In materia di minori stranieri non accompagnati, vigilare sull’applicazione della Carta di New York; contrastare pratiche abusive come la radiografia al polso; migliorare le politiche di accompagnamento di uscita dalla minore età (minore straniero che diventa maggiorenne), e facilitare le pratiche di integrazione (permesso di soggiorno, cittadinanza, sostegno abitativo ed economico).






Note


(1) - Istat, Povertà assoluta e spese per consumi, 25 marzo 2024, p. 3.

(2) - Istat, Povertà assoluta e spese per consumi, 25 marzo 2024, p. 5.

(3) - Vale a dire i minori di diciotto anni cittadini di Stati non appartenenti all’Unione Europea o apolidi che si trovano per qualsiasi causa nel territorio nazionale privi di assistenza e rappresentanza legale dei genitori o di altri adulti che ne hanno la responsabilità.

Mary Ellen Wilson

Mary Ellen Wilson

(New York, 1864 - luogo sconosciuto, 1952)
QUANDO L’ABUSO SUI BAMBINI NON ERA NEANCHE CONSIDERATO REATO: LA STORIA DI MARY ELLEN, PICCHIATA E MALTRATTATA PER ANNI DAI GENITORI ADOTTIVI. PER TOGLIERLE L’AFFIDAMENTO DELLA PICCOLA SI DOVETTE RICORRERE ALLE LEGGI SULLE VIOLENZE VERSO GLI ANIMALI

“Mamma e papà erano morti. Non so quanti anni ho. Nei miei ricordi ho sempre vissuto qui. La mia mamma adottiva mi frustava e mi picchiava praticamente ogni giorno. Avevo lividi ovunque [...], arrivò anche a tagliarmi con una forbice. Non ricordi di aver mai ricevuto un bacio - men che meno dalla mia mamma adottiva. Non mi ha mai concesso carezze o affetto. Non ho praticamente mai parlato con nessuno, pena le botte. Non so perché mi picchiasse, non mi diceva mai nulla mentre lo faceva. Non voglio tornare a vivere con lei, perché mi picchia. Non ricordo di essere mai scesa in strada”.

Questa testimonianza da brividi racconta una storia di abusi e violenze che risalgono al 1874. Purtroppo, storie come queste possono essere trovate anche oggi. C’è però una grossa differenza con la storia di quella bambina, Mary: all’epoca l’abuso verso i bambini non era sanzionato in alcun modo.

Mary Ellen Wilson nacque nel 1864 da Thomas e Frances Wilson a New York. Suo padre morì in guerra, lasciando la madre con grossi problemi finanziari. Affidata a un istituto governativo, dopo poco tempo la bimba, che aveva poco più di due anni, venne affidata ai coniugi McCormack. L’affido, inoltre, avvenne senza i documenti necessari. Mary McCormack rimase presto vedova, risposandosi poco dopo con Francis Connolly.

Mary conobbe così la sua madre adottiva, nonché aguzzina. Le botte, la reclusione forzata, le violenze. Fu l’arrivo nel vicinato di Etta Wheeler, una metodista che si occupava di famiglie in situazioni di povertà, a salvare letteralmente la vita di Mary. Quando visitò la zona, infatti, una vicina la informò delle urla e dei pianti provenienti da uno degli appartamenti dell’edificio. Con una scusa, Etta riuscì ad entrare in casa Connolly-McCormack. Fu così che intravide Mary Ellen: aveva 10 anni ma ne dimostrava la metà, era piena di lividi e ferite, era scalza a dicembre e, non ultimo, visibilmente terrorizzata.

Era chiaro che la bambina aveva bisogno di aiuto. Ma come fare? Al tempo, infatti, nonostante l’esistenza di leggi locali che punivano maltrattamenti eccessivi a danno dei più piccoli, le autorità erano decisamente restie a utilizzarli. L’educazione dei bambini - se così si potevano definire botte e maltrattamenti - erano di competenza strettamente familiare. Ma Etta Wheeler non si diede per vinta, e si rivolse a Henry Bergh, noto attivista newyorkese, attivo però soprattutto in difesa dei diritti degli animali. “E cos’era Mary, se non un piccolo animale indifeso?”. Henry decise di supportare Etta Wheeler nella sua battaglia e, col tempo, i due riuscirono a dare risalto alla storia di Mary, a ottenerne l’allontanamento dalla matrigna - grazie appunto anche alle leggi contro la crudeltà rivolta agli animali - e alla condanna di quest’ultima a un anno di prigione. Ma soprattutto riuscì a portare all’attenzione dell’opinione pubblica la questione delle violenze subite in famiglia dai bambini, un argomento che all’epoca era quasi un tabù. Mary, nel frattempo, crebbe ed ebbe un’adolescenza felice e si sposò a 24 anni. Poco dopo nacque la sua prima figlia: la chiamò Etta, in onore della donna che aveva salvato lei e che aveva aiutato intere generazioni di bambini ad ottenere diritti fondamentali.